Il 2 aprile 2025, durante una conferenza stampa nel Rose Garden, il presidente Trump ha introdotto una nuova e significativa politica tariffaria, che ha definito un cambio radicale nella strategia commerciale degli Stati Uniti. Con grande enfasi, ha proclamato questa data come “Giornata della Liberazione” per il commercio americano, sottolineando un deciso distacco dalle politiche più aperte del passato. Il piano annunciato prevede l’imposizione di un dazio generalizzato del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti, con tariffe superiori per nazioni specifiche che, secondo il presidente, hanno approfittato in modo ingiusto degli accordi commerciali precedenti.
La reazione dei mercati finanziari non si è fatta attendere. Subito dopo l’annuncio, i futures sugli indici di borsa hanno registrato un crollo significativo, riflettendo l’apprensione degli investitori riguardo le possibili ripercussioni di queste politiche sulle relazioni commerciali globali e sull’economia interna. Questa mossa ha sollevato preoccupazioni per un possibile aumento dei costi di produzione e dei prezzi al consumo, che potrebbero rallentare la crescita economica e aumentare l’inflazione.
Analisti ed esperti hanno espresso pareri contrastanti sulle implicazioni a lungo termine di queste tariffe. Da un lato, alcuni sostengono che proteggeranno le industrie nazionali, contribuiranno al ritorno di posti di lavoro negli Stati Uniti e stimoleranno la produzione interna. Dall’altro lato, molti avvertono che le tariffe potrebbero innescare una guerra commerciale, con ritorsioni da parte di altri paesi e un impatto negativo sui consumatori americani, che si troveranno a pagare di più per beni di consumo e componenti importati.
L’impatto è previsto non solo sul piano economico ma anche politico, con possibili tensioni nelle relazioni internazionali. Paesi colpiti dalle tariffe elevate potrebbero cercare nuovi mercati e ridurre la loro dipendenza commerciale dagli Stati Uniti, ridefinendo gli equilibri geopolitici. Inoltre, le industrie americane che dipendono dall’importazione di materie prime e componenti potrebbero trovare difficoltà a reperire alternative convenienti, il che potrebbe portare a un aumento dei costi di produzione e a una riduzione della competitività globale.
In conclusione, mentre il presidente Trump vede questi dazi come una necessaria affermazione della sovranità economica americana e una protezione delle industrie nazionali, il loro impatto complessivo sull’economia statunitense e sul sistema commerciale mondiale rimane incerto e potenzialmente destabilizzante. Gli effetti a lungo termine di questa politica commerciale aggressiva saranno osservati da economisti, politici e imprenditori, mentre i consumatori americani dovranno adeguarsi a un nuovo panorama economico che potrebbe influenzare significativamente il loro potere d’acquisto e il loro stile di vita quotidiano.
Le nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti possono avere ripercussioni significative anche per l’Italia, specialmente per quei settori che esportano significativamente verso il mercato americano. Industrie come quella del vino, dell’olio d’oliva, della moda e del design potrebbero vedere un aumento dei costi di esportazione e una conseguente riduzione della competitività nei confronti dei produttori locali statunitensi o di altri paesi meno colpiti dai dazi.
L’aumento dei prezzi potrebbe ridurre la domanda per i prodotti italiani di lusso e di alta qualità, che tradizionalmente trovano un mercato ricettivo negli USA. Inoltre, le aziende italiane potrebbero dover cercare nuovi mercati o strategie per compensare le potenziali perdite, il che potrebbe includere l’investimento in innovazioni di prodotto o in nuove alleanze commerciali.
Queste sfide potrebbero anche spingere il governo italiano a rinegoziare accordi commerciali con gli Stati Uniti o a cercare di mitigare l’impatto dei dazi attraverso trattative bilaterali. In un contesto economico globale già complesso, le decisioni del presidente Trump aggiungono un ulteriore livello di incertezza per le imprese italiane e per la politica commerciale dell’Unione Europea nel suo complesso.
Attilio Danese, con l’aiuto tecnico della ChatGPT24
Commento (Riassunto e rassegna stampa di AI ChatGPT24) sull’articolo scritto da Pasquale Angius in data Marzo 12, 2025, https://www.radiobullets.com/rubriche/il-ciclone-trump-e-lossessione-dazi/
Trump e la sfida dei dazi: un ritorno al protezionismo (riassunto con rassegna stampa)
Il 2 aprile 2025 Donald Trump ha annunciato a sorpresa una vasta ondata di dazi su importazioni di acciaio, alluminio e molte altre merci, segnando una svolta protezionista senza precedenti negli ultimi decenni. Durante una conferenza stampa nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, il presidente ha definito questa data come il “giorno della liberazione”, sostenendo che per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati vittima di pratiche commerciali sleali. «Il nostro Paese è stato saccheggiato, non accadrà più», ha dichiarato Trump, promettendo di firmare un ordine esecutivo “storico” per introdurre dazi doganali “reciproci” verso i Paesi di tutto il mondo
In concreto, l’amministrazione ha imposto tariffe generalizzate di almeno il 10% su quasi tutti i beni importati, con aliquote ancora più elevate per decine di nazioni: ad esempio un dazio del 20% sui prodotti provenienti dall’Unione Europea e addirittura del 34% su quelli cinesicorriere.it. Settori specifici sono stati colpiti immediatamente: dal 3 aprile è in vigore un dazio del 25% su tutte le automobili estere vendute negli USA
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Alcuni comparti strategici, però, sono stati temporaneamente esclusi – ad esempio prodotti farmaceutici, semiconduttori e materie prime non disponibili internamente – per evitare contraccolpi indesiderati sull’industria americana
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Trump giustifica questa mossa radicale come necessaria a correggere lo squilibrio cronico della bilancia commerciale e proteggere l’industria nazionale, in linea con le sue promesse elettorali di “Make America Great Again”. «Per anni i lavoratori e le aziende statunitensi sono rimasti a guardare mentre altri Paesi si arricchivano a nostre spese, ma non sarà più così: ora è il nostro turno di prosperare», ha proclamato, sostenendo che i dazi frutteranno “migliaia di miliardi di dollari” da utilizzare per tagliare le tasse e ridurre il debito pubblico
In poche parole, la Casa Bianca ha abbracciato una politica economica fondata quasi esclusivamente sui dazi – «dazi, dazi, dazi!», come ha commentato ironicamente un analista – facendone l’ingrediente principale per riequilibrare il deficit commerciale americano
Le motivazioni politiche e ideologiche di questa scelta affondano dunque nelle convinzioni protezioniste di Trump e del suo elettorato. Il presidente dipinge i dazi come uno strumento di giustizia economica: “reciproci” significa che se altri Paesi tassano (o sussidiano) le loro importazioni, gli Stati Uniti faranno altrettanto
Dal suo punto di vista, il libero scambio degli ultimi decenni ha indebolito l’America, causando la perdita di milioni di posti di lavoro manifatturieri e accumulando enormi deficit commerciali a favore di Cina, Europa e altri partner. Introdurre tariffe elevate equivarrebbe a “pareggiare i conti” e costringere gli alleati e rivali commerciali a condizioni più eque. Questo ragionamento non è nuovo nella storia americana: il riferimento più immediato è l’era di William McKinley, presidente alla fine dell’800 noto per il suo convinto protezionismo. McKinley fece approvare pesanti dazi sulle importazioni (celebre il McKinley Tariff del 1890) per tutelare le industrie nascenti degli Stati Uniti
Trump sembra ispirarsi a quell’epoca, sostenendo persino – in modo controverso – che se gli USA avessero mantenuto alti dazi doganali, forse si sarebbe evitata la Grande Depressione del 1929editorialedomani.it. Il messaggio ideologico è chiaro: un ritorno all’America forte e autosufficiente di un tempo, che non si fa più “derubare” dai partner commerciali e mette “America First” anche in economia.
Ma quali sono gli effetti economici interni di questa svolta? Molti economisti avvertono che il rovescio della medaglia dei dazi sarà un aumento generalizzato dei prezzi negli Stati Uniti, con potenziali ricadute inflazionistiche. Dazi del 20-25% su beni di largo consumo significano, in pratica, che aziende e consumatori americani pagheranno di più per prodotti importati – dalle automobili europee all’acciaio e all’alluminio necessari alle fabbriche locali. Le tariffe annunciate da Trump danneggiano la crescita economica degli Stati Uniti e del mondo e spingono l’inflazione verso l’alto riconoscono persino gli analisti finanziari.
La Casa Bianca scommette su una re-industrializzazione della Rust Belt, ossia su un ritorno di fabbriche e impieghi nelle regioni operaie depresse del Midwest, nonché su maggiori entrate fiscali dai dazi per poter ridurre le imposte (specialmente alle imprese)
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Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è il rischio concreto di un’impennata dei prezzi, di nuova inflazione e persino di recessione economica con perdita di posti di lavoro
In sostanza, la politica dei dazi rischia di frenare la domanda interna: se tutto costa di più, le famiglie americane ridurranno i consumi, vanificando i benefici per le fabbriche riaperte. L’agenzia di rating Moody’s ha già lanciato l’allarme, avvertendo che con un conflitto commerciale su vasta scala aumentano i rischi di una recessione mondiale
Un altro effetto interno immediato è sulle aspettative e sulle decisioni della Federal Reserve. Negli ultimi mesi la banca centrale americana aveva iniziato ad abbassare i tassi d’interesse per sostenere l’economia, ma l’ombra dei dazi complica la sua strategia. Se i dazi alimenteranno l’inflazione, la Fed potrebbe trovarsi costretta a invertire la rotta: invece di tagliare ancora i tassi, dovrebbe pensare a rialzarli per raffreddare i prezzi, anche a costo di frenare ulteriormente l’attività economica
Gli osservatori parlano già del ritorno dello spettro della stagflazione, cioè quella combinazione letale di stagnazione economica e inflazione simultanea che non si vedeva dagli anni ’70. «La Fed è rimasta intrappolata tra il sostegno all’attività economica e la lotta all’inflazione e purtroppo le notizie di oggi mettono ulteriore pressione su entrambi», ha commentato un gestore, notando come i dazi mettano la banca centrale davanti a un dilemma senza vie di fuga facili
In effetti, l’annuncio di Trump ha aggiunto un livello del tutto nuovo di incognite alle prospettive economiche a breve e lungo termine
Alcuni economisti di Wall Street ritengono che il rischio di recessione negli USA nel prossimo anno sia balzato “almeno a un terzo”
e diverse banche hanno già rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL americano per il 2025 e 2026
La portata dell’aumento tariffario è tale da riportare gli Stati Uniti a livelli di protezionismo mai visti da oltre un secolo: con tutte le misure annunciate, il dazio medio americano salirà intorno al 20%, il più alto dagli inizi del ’900
Per trovare qualcosa di paragonabile bisogna tornare indietro ai tempi delle politiche isolazioniste del periodo fra le due guerre mondiali
I mercati finanziari hanno reagito con nervosismo a questa prospettiva. Subito dopo l’annuncio, le Borse hanno virato in rosso, scontando l’impatto negativo dei dazi sui profitti aziendali e sulla crescita futura. A Wall Street l’indice Dow Jones e lo S&P 500 hanno subito pesanti ribassi, e lo stesso è avvenuto in Europa, dove gli indici azionari hanno registrato cali attorno all’1-2%
I settori più penalizzati in Borsa sono stati quelli industriali e ciclici, ad esempio i produttori di beni di lusso e abbigliamento in Europa (molto dipendenti dall’export)
e titoli simbolo americani come Apple, Nike, Amazon – aziende che si affidano a filiere globali e importano molti componenti dall’Asia – hanno visto scendere le loro quotazioni nelle contrattazioni after-hours
Sul fronte valutario, il dollaro si è indebolito rispetto alle altre principali monete subito dopo l’annuncio, segno che alcuni investitori temono effetti negativi sugli Stati Uniti nel medio termine
Contestualmente, si è assistito a una corsa ai beni rifugio: l’oro, bene rifugio per eccellenza, ha toccato nuovi massimi storici oltre i 3.250 dollari l’oncia
e anche i titoli di Stato USA sono stati molto richiesti. I rendimenti dei Treasury decennali americani sono infatti calati bruscamente (dal 4,20% al 4,08% in poche ore) perché gli investitori, prevedendo un rallentamento della crescita, hanno spostato capitali verso la sicurezza dei bond governativi
Questo movimento di capitali – uscita dai mercati azionari verso oro e obbligazioni – segnala che una parte del mondo finanziario teme seriamente gli effetti dei dazi e sta adottando un approccio prudente in vista di possibili turbolenze.
A livello internazionale, le reazioni non si sono fatte attendere. Molti partner commerciali degli Stati Uniti hanno criticato duramente la decisione di Trump, alimentando il timore di una guerra commerciale globale. L’Unione Europea, direttamente colpita dai dazi su acciaio, alluminio, auto e altri prodotti, ha inizialmente cercato di mantenere aperto il dialogo ma non ha escluso contromisure. «Siamo pronti a dure ritorsioni», ha avvertito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, adottando un tono insolitamente fermo verso Washington
Allo stesso tempo, von der Leyen ha riconosciuto che uno scontro frontale “non è nell’interesse di nessuno”, lasciando intendere che Bruxelles spera ancora di evitare un’escalation e di negoziare una soluzionewired.it. I leader europei, compresa l’Italia, hanno espresso preoccupazione per una spirale di ritorsioni che potrebbe danneggiare entrambe le sponde dell’Atlantico proprio mentre si cerca di uscire da un periodo di inflazione e incertezza globalewired.it. Tuttavia, di fronte alla sfida lanciata da Trump, l’UE sente di dover difendere i propri interessi economici: a metà aprile è attesa una risposta europea in “due fasi” ai dazi USA, che potrebbe includere dazi punitivi su prodotti simbolo americani (come già avvenne nel 2018 con i dazi su Levi’s, bourbon e Harley-Davidson in risposta alle tariffe sull’acciaio)
Anche altri Paesi si stanno mobilitando. Il Canada ha dichiarato che la sua “vecchia relazione” commerciale con gli USA è finita, lasciando presagire un allineamento più vicino all’Europa e ad altri partner alternativi
In Asia, paradossalmente, la mossa di Trump sta avvicinando potenze tradizionalmente rivali: Cina, Giappone e Corea del Sud – tutti colpiti dai dazi – stanno esplorando nuove alleanze commerciali tra loro, cercando mercati di sbocco alternativi e maggiore cooperazione regionale
Si delinea quindi uno scenario di frammentazione degli scambi globali, con gli Stati Uniti sempre più isolati mentre il resto del mondo prova a riorganizzarsi in blocchi economici autonomi per aggirare le tariffe americane. Il rischio ultimo è che questo braccio di ferro sfoci in una guerra commerciale generalizzata, reminiscenza degli errori storici del secolo scorso. Molti commentatori hanno evocato il precedente dei dazi protezionistici degli anni ’30 (il celebre Smoot-Hawley Tariff Act del 1930), i quali innescarono ritorsioni incrociate aggravando la Grande Depressione. L’odierna “svolta di liberazione” proclamata da Trump potrebbe dunque avere conseguenze terribili per milioni di cittadini, con aumenti di costi e perdita di prosperità, come ha avvertito la stessa von der Leyen
In effetti, riportare indietro l’orologio della globalizzazione non è indolore: cent’anni di apertura commerciale americana sono stati messi in soffitta in un solo pomeriggio
e ora il mondo trattiene il fiato di fronte agli esiti imprevedibili di questa situazione.
Il richiamo al passato è utile anche per capire le radici del sostegno interno di cui gode Trump. La sua crociata dei dazi parla a quella parte d’America che negli ultimi decenni si è sentita lasciata indietro dalla globalizzazione. La deindustrializzazione americana dagli anni ’80 in poi ha colpito duramente vaste aree del Paese. Si è creata la cosiddetta “Rust Belt” (cintura della ruggine), una fascia che attraversa stati come Pennsylvania, Ohio, Michigan, Illinois e Wisconsin un tempo ricchi di industrie pesanti, ora costellati di stabilimenti chiusi e capannoni abbandonati
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Qui la chiusura di fabbriche e la delocalizzazione delle produzioni all’estero hanno provocato disoccupazione di massa, spopolamento e declino urbano. Milioni di operai specializzati si sono ritrovati senza lavoro né prospettive, alimentando rabbia e frustrazione sociale. Trump è riuscito a canalizzare quel malcontento in una proposta politica potente: ha promesso a questi lavoratori che avrebbe fatto tornare i posti di lavoro in America e restituito l’antico splendore industriale agli Stati Uniti
Lo slogan “Make America Great Again” ha fatto breccia proprio in queste comunità colpite dalla crisi, risvegliando la speranza di una rinascita manifatturiera. I dazi su acciaio, alluminio, automobili e altri prodotti importati vanno letti anche in quest’ottica: sono il segnale tangibile, per la base elettorale di Trump, che il presidente sta mantenendo la parola data, mettendo i lavoratori americani al primo posto e sfidando apertamente quelle élite economiche che per anni hanno preferito importare a basso costo dall’estero.
Resta però da chiedersi quanto queste ambizioni siano realistiche nell’attuale contesto industriale e commerciale. Proteggere il mercato interno con barriere doganali potrà davvero riportare l’America alla sua “età dell’oro”? Molti esperti sono scettici. La capacità manifatturiera perduta non si ricostruisce dall’oggi al domani. Decenni di chiusure hanno fatto disperdere non solo macchinari e impianti, ma anche competenze tecniche, know-how e intere filiere produttiveradiobullets.com.
Quando si chiudono le fabbriche si perdono anche le professionalità e la capacità d’innovazione, e ricrearle non è affatto facile né automatico
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Ammesso che i dazi convincano alcune aziende a rilocalizzare la produzione negli USA, queste potrebbero scontrarsi con la mancanza di lavoratori qualificati o di fornitori a monte e a valle. Negli anni della deindustrializzazione, peraltro, si è trascurata la formazione professionale in questi settori, e oggi mancano giovani con le giuste competenze tecniche
In altre parole, Trump può alzare muri doganali, ma riattivare il motore industriale richiederà tempo, investimenti ingenti e politiche di sostegno ben oltre i dazi. C’è poi un fatto economico ineludibile: produrre in America ha costi nettamente superiori rispetto a paesi come la Cina o il Messico, a causa dei salari più alti e di altri fattori. Per colmare questo divario solo coi dazi bisognerebbe spingersi a tariffe elevatissime, con conseguenze devastanti sugli scambi commerciali
uno scenario estremo che riporterebbe l’economia globale indietro di molti decenni. Finora, pur nell’aggressività delle sue mosse, lo stesso Trump ha mostrato di riconoscere qualche limite della realtà: ad esempio ha esentato beni strategici (come alcuni minerali critici) dai dazi per non danneggiare le aziende americane che ne hanno bisogno
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Ciò rivela che persino nell’attuare la sua visione, il presidente deve fare i conti con l’interdipendenza delle filiere odierne. In definitiva, la grande promessa di far “tornare grande” l’America attraverso i dazi rischia di scontrarsi con la complessità dell’economia contemporanea, globalizzata e interconnessa. Più che un ritorno all’America degli anni ’50, l’esito potrebbe essere un’economia americana isolata, con prezzi più alti e crescita anemica.
Infine, uno sguardo alle possibili conseguenze per l’economia italiana e il Made in Italy. L’inasprimento tariffario di Trump colpisce in modo indiscriminato anche le eccellenze italiane: il 20% di dazio su tutti i prodotti UE significa che beni italiani – dalla moda all’agroalimentare, dalla meccanica all’arredamento – diventano improvvisamente più costosi sul mercato statunitense. Gli USA sono un partner fondamentale per l’Italia: nel 2024 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno raggiunto circa 73 miliardi di euro, facendo degli USA il terzo mercato di destinazione per l’Italia (circa il 9% dell’export totale, dopo Germania e Francia)
Un legame così forte non può che soffrire sotto il peso di nuove barriere. I settori più esposti sono quelli dove il Made in Italy primeggia: ad esempio macchinari e mezzi di trasporto, che valgono quasi 24 miliardi di export annuo verso gli USA
(dagli impianti industriali alle auto di lusso), e l’alimentare e bevande, dove prodotti come vino, formaggi e salumi contano gli Stati Uniti tra i maggiori acquirenti. Basti pensare che un quarto delle esportazioni italiane di bevande (vino incluso) è diretto oltreoceanoispionline.it. Se quei prodotti subiscono rincari del 20% nei supermercati o negozi americani, è probabile un calo di vendite, perché consumatori e importatori cercheranno alternative più economiche. In alcuni casi l’export potrebbe semplicemente ridursi perché l’articolo diventa troppo caro: un compratore americano potrebbe rimandare l’acquisto di una macchina utensile italiana o scegliere un vino californiano invece di uno toscano se il prezzo sale troppo. Le associazioni imprenditoriali italiane sono comprensibilmente preoccupate. Confindustria ha lanciato l’allarme definendo i dazi di Trump “un colpo mortale” per la già debole crescita italiana, stimando che una guerra commerciale prolungata potrebbe costare fino a 0,6 punti di PIL al nostro Paese
Il suo Centro Studi, nel Rapporto di primavera, traccia scenari foschi: nello scenario peggiore – dazi americani al 25% su tutti i prodotti europei e inevitabili contromisure UE – l’Italia vedrebbe quasi annullata la crescita economica nel 2025, ridotta a un esiguo +0,2%
Ciò significherebbe una sostanziale stagnazione, con effetti negativi sull’occupazione. ANCI (l’associazione dei comuni italiani) ha addirittura paventato “chiusure di fabbriche, licenziamenti e disagio sociale per centinaia di famiglie” nelle zone più dipendenti dall’export, come distretti agricoli di prodotti DOP/IGP e poli manifatturieri orientati al mercato USA
L’Italia si ritroverebbe insomma stretta tra due fronti: da un lato i minori sbocchi per il nostro Made in Italy in America, dall’altro le eventuali rappresaglie europee verso i prodotti USA (che potrebbero colpire anche filiere in cui siamo coinvolti, ad esempio componenti aeronautici o forniture energetiche). Un’ulteriore complicazione è data dal possibile apprezzamento dell’euro sul dollaro in seguito alla crisi: il dollaro debole già osservato dopo l’annuncio rende meno competitive le nostre esportazioni (oltre al dazio, subiscono lo svantaggio di un cambio meno favorevole)
In sintesi, per l’economia italiana lo scenario delineato dai dazi trumpiani è particolarmente insidioso: il commercio estero è stato uno dei pochi motori di crescita negli ultimi anni, e vedere innalzarsi barriere in un mercato chiave come quello statunitense rischia di frenare proprio quel motore.
In conclusione, l’offensiva tariffaria di Donald Trump rappresenta un azzardo che intreccia motivazioni politiche nazional-populiste e interrogativi economici di vasta portata. Da un lato, c’è la narrazione seducente di un’America che rialza la testa, protegge i propri lavoratori e torna grande facendo leva sul protezionismo. Dall’altro lato, c’è la realtà odierna di un’economia globalizzata, in cui mosse unilaterali di questa portata possono innescare reazioni a catena difficili da controllare. La conferenza stampa del 2 aprile 2025 potrebbe passare alla storia come l’inizio di una nuova era di scontri commerciali: uno spartiacque storico nei rapporti transatlantici e non solowired.it. Resta da vedere se la strategia di Trump conseguirà i risultati sperati o se dovrà scontrarsi con i limiti imposti dal mercato e dalla diplomazia internazionale. Al momento, il suo “America First” tariffario ha aperto molti fronti di conflitto e incertezza. Gli Stati Uniti puntano a rivitalizzare la propria industria, ma rischiano di farlo a prezzo di una contrazione del commercio mondiale e di tensioni con gli alleati, in un gioco pericoloso in cui tutti potrebbero uscirne perdenti. Anche l’Italia osserva con apprensione: le ambizioni di grandezza americana, infatti, potrebbero tradursi in un periodo di difficoltà per la nostra economia export-oriented.
Il sogno di Trump di rifare grande l’America tramite dazi doganali si confronta ora con la prova dei fatti: solo i prossimi mesi diranno se sarà un successo politico-economico o se, invece, lascerà in eredità inflazione, isolamento e una scia di opportunità mancate su entrambe le sponde dell’Atlantico.
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