Una dote morale e psichica indispensabile ad un capo di Stato è saper incassare eventuali sconfitte, in guerra come nelle altre battaglie che la gestione di uno Stato implica, dopo aver fatto tutto il possibile a vantaggio del proprio paese.
L’incredibile scena dello scontro nello studio ovale della casa Bianca tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, mi ha riportato alla mente l’umiliazione subita da Alcide De Gasperi.
Quella di Zelensky è nota: Donald Trump e il suo vice JD Vance (il quale ha rifiutato di visitare Bucha, simbolo dei massacri russi, perché “tour propagandistico”) lo hanno bistrattato. Surreale, in un luogo deputato alla politica mondiale, soffermarsi a prendersi gioco dell’abbigliamento di Zelensky che con la sua tuta paramilitare non formale ha scelto di segnalare la solidarietà con il suo popolo in guerra. Del resto anche Churchill indossava un’uniforme militare, in visita alla Casa Bianca durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel che ha lasciato basiti è stato il capovolgimento della narrazione, condita da una marea di bugie, prima tra tutte la motivazione della pace da raggiungere grazie a un cessate il fuoco immediato da parte dell’Ucraina. Eppure, come ha sostenuto Zelensky: “un cessate il fuoco dovrebbe essere seguito da un rafforzamento di garanzia dell’Ucraina, altrimenti la guerra riprenderebbe”. Di fatto si è svelato un inedito allineamento di Whashington con Mosca a scapito degli alleati occidentali.
Chi ha assistito in casa in poltrona davanti alla TV ha in qualche misura sofferto di vedere trattato da ospite disprezzato e indesiderato un leader democratico impegnato nella difesa del proprio Paese che sta capitolando (si stima con trecentomila morti) sotto i colpi di una potenza aggressiva e più forte. Si è capito che non era in gioco solo la fine dell’indipendenza di Kiev, ma l’instabilità del mondo in balia di chi pensa di avere il potere di riscrive i confini con la forza, in concomitanza con una Cina incoraggiata ad attaccare Taiwan e la proliferazione nucleare. L’America, tanto sognata dai nostri padri, ha mostrato una imprevedibile debolezza morale, diplomatica e strategica. In Italia il risultato in termini di sondaggi ha registrato maggiore supporto al presidente ucraino: il 73% sta con lui, che prima di finire bullizzato raccoglieva circa il 27% di fiducia.
Quanto accaduto mi ha fatto ripensare, come dicevo, al Discorso alla conferenza di pace di Parigi(10 agosto 1946) di Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri, in relazione alla bozza del Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate, che mise fine alle ostilità della seconda guerra mondiale. Dinanzi ai rappresentanti dei 21 Stati vincitori. Fu il discorso più angosciante e memorabile della sua vita. De Gasperi venne umiliato e dovette presentarsi ‘con il cappello in mano’. Sapeva bene a cosa andava incontro e alla partenza disse alla stampa: «Non so se parlo come imputato. La mia posizione è per quattro quinti quella di imputato responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio ma nel testo si tiene conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli Alleati».
I vincitori fecero fare tre giorni di anticamera ai delegati italiani, considerati nemici sconfitti. De Gasperi voleva che si separassero le colpe del fascismo dalla responsabilità morale del popolo italiano e che si desse rilievo alla Resistenza partigiana che determinò il crollo del regime. Doveva tentare di capovolgere il preambolo che condizionava tutto il Trattato per meglio orientare il futuro politico dell’Italia. Scrive Maria Romana, la figlia: «Se la delegazione fosse ritornata con il Trattato tale e quale era, De Gasperi era certo che l’Assemblea non l’avrebbe votato». Aggiunge: “Era notaio delle sconfitte altrui e doveva convincere i vincitori che la nuova Italia democratica meritava fiducia”. James Byrnes, segretario di Stato (ministro degli Esteri) americano scrisse: «Quando De Gasperi lasciò il rostro per tornare al suo posto nell’ultima fila, nessuno gli parlò. La cosa mi fece impressione; mi sembrava inutilmente crudele». De Gasperi davanti alla delegazione americana, trovò solo Byrnes che gli tese la mano: «Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di Mussolini e ora stava soffrendo nelle mani degli Alleati» (Carte in tavola, Garzanti 1948).
Ecco qualche stralcio del discorso, che non richiede commenti: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione […] Ho il dovere, innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire”.
Il valore di questo nostro statista e la gratitudine che l’Italia gli deve meritano più di quanto fatto finora. Guardando ai frutti di quel comportamento per la rinascita dell’Italia e la nascita dell’Europa, statisti, politici e semplici cittadini prendono atto che le umiliazioni ben sopportate possono trasformarsi in future vittorie.
Giulia Paola Di Nicola