Avete mai usato – o sentito usare – il verbo “sconocchiare” con i suoi derivati?
La parola conòcchia (anche “rocca”) deriva dal latino “conucŭla” ed è la quantità di lana, canapa, lino o altro avvolta alla rocca. Il termine è usato anche in agricoltura e in marina.
L’espressione “statua conocchia” identifica una tipologia di immagini sacre (maschili o femminili) da portare in processione e per questo molto leggere e coperte da abiti talvolta ricercati. Usanza molto abruzzese. Questo tipo di statua, grazie al minor peso dato dal vuoto nelle parti non visibili, è utilizzata nelle processioni. Inevitabile, data la leggerezza della struttura, che si verificassero incidenti, con conseguenti guasti per l’immagine.
Da qui lo “sconocchiare” di cui si diceva sopra, per cui, oltre ad indicare ovviamente l’asporto del filato dalla conocchia, il verbo sta a significare la condizione di una persona, uomo o donna, male in arnese, con problemi spesso connessi alla deambulazione, ma non solo. Anche in conseguenza di qualche libagione di troppo.
In Abruzzo la conocchia indica una particolare asta, tutt’oggi effettuata, di prodotti alimentari (generalmente già cotti), venduti per beneficenza dopo essere stati offerti in dono ad un santuario in specifici giorni di festa. Ciò è dovuto all’antica usanza di effettuare l’asta al ribasso, in cui il banditore, per indicare il tempo di validità di un determinato prezzo di aggiudicazione, srotolava il breve filo di una conocchia fino al suo termine. Se nel frattempo nessuno dava un cenno di assenso, l’operazione si ripeteva per un prezzo ribassato. La “Conocchia” (in dialetto “la Chenocchie“) si tiene, ad esempio, a Castel Frentano nella serata del 5 agosto, giorno del “dono” al santuario della Madonna dell’Assunta; a Lanciano l’8 settembre, giorno del “Dono” al santuario della Madonna del Ponte; a Serramonacesca in occasione delle feste patronali di settembre dedicate a sant’Antoniuccio e a san Liberatore, durante le quali vengono messe all’asta delle conocchie cariche di doni dei fedeli, che prendono il nome di omaggi (in dialetto “le maje“).