Una serata con Melchiorre De Filippis Delfico.

Una serata con Melchiorre De Filippis Delfico.

Per non dimenticare chi eravamo.

Mercoledì 26 febbraio 2025, ho avuto l’immenso piacere di presentare le opere e parte della vicenda personale di Melchiorre De Filippis Delfico, un figlio della Teramo dell’Ottocento che forse pochi conoscono, nonostante il nome illustre della sua casata e degli zii Melchiorre, Gianfilippo e Gianbernardino, protagonisti del movimento illuminista e riformista napoletano e della battaglia per l’eversione della feudalità nel Primo Abruzzo Ultra (l’attuale Provincia di Teramo, la regione più settentrionale del Regno di Napoli) fra Settecento ed Ottocento.

Ho presentato questo personaggio nel “Salotto culturale”frutto dell’indefessa iniziativa organizzativa del Centro di Ricerche Personalistiche, creato a Teramo or sono 25 anni fa dai prof.ri Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola. Due eroi d’altri tempi, così io li vedo, che in questi 25 anni, con il loro generoso e infaticabile impegno, hanno garantito alla città di Teramo, spesso lenta e sonnolenta, una incredibile varietà di proposte culturali, spesso le uniche in città, nella latitanza di altri soggetti promotori. 

Questo personaggio nacque a Teramo nel 1825, ma dai suoi 16 anni trascorse gran parte della sua vita a Napoli, nella Napoli borbonica a cavallo fra gli anni Quaranta dell’Ottocento e la fine del secolo. Questo significa che Melchiorre De Filippis Delfico visse nella città partenopea negli anni cruciali che condussero all’unificazione della Penisola sotto la corona dei Savoia, nel nuovo Regno d’Italia.

Fu un periodo di intense passioni politiche, che mossero l’impegno e la partecipazione di molti attori, giovani e meno giovani, nella speranza che la primavera dei popoli conducesse alla creazione di un mondo migliore, fondato sull’uguaglianza e sulla libertà degli individui, all’interno di nuovi Stati nei quali realizzare anche la possibilità di una concreta vita migliore. Nel nuovo Regno d’Italia le terre una volta borboniche furono quelle che più patirono la grande distanza fra le speranze coltivate e le condizioni realizzate.

Melchiorre De Filippis Delfico attraversò questi storici cambiamenti dando volti e voci alle sue passioni politiche ed alle sue speranze attraverso la caricatura politica e sociale. Egli la esercitò su alcuni dei giornali satirici più vivaci dell’epoca, dall’Omnibus pittoresco all’Arlecchino-Giornale Caos di tutti i colori, all’Arca di Noè, al Pulcinella, al Caporal terribile. Delfico fu un genio multiforme ed eclettico: musicista (compositore, esecutore, apprezzato cantante), attore e regista teatrale, caricaturista.

Il suo impegno nella caricatura sociale si espresse nella rappresentazione della società aristocratica ed alto borghese della Napoli del tempo, il mondo al quale egli apparteneva, mentre la caricatura politica si concentrò sulle vicende politiche, nazionali e locali, a lui contemporanee.

La parabola della sua produzione politica andò dalla fase eroica dell’ultima stagione risorgimentale (la fase della satira battagliera degli anni ’60), che vide un Delfico garibaldino, interventista, antipapalino, antiborbonico ed antinapoleonico disegnare con passione personaggi e momenti di quel periodo storico, alla fase della delusione e dell’amarezza per le modalità della edificazione dello stato unitario. Allora lo sguardo disilluso e amaro dell’anziano garibaldino ripiegò, come tutta la caricatura del tempo, su posizioni sempre più qualunquiste, e dalla “demonizzazione” dei grandi personaggi degli anni ’60, si passò alla “demitizzazione” dei piccoli protagonisti della saga provinciale degli anni ’80.

Invece, nei confronti del mondo sociale a cui il Delfico apparteneva, lo sguardo del caricaturista restò sempre affettuosamente attento, la sua satira non fu mai ferocemente dissacrante, fu invece arguta, bonaria, elegante, a volte affettuosamente ironica. Il Delfico “non-politico” fu un caricaturista del “bel mondo”, non un caricaturista di costume. Egli non fu un Savonarola, un fustigatore di popoli, ma di oppressori di popoli.

Agli occhi di noi posteri Delfico presenta una società pudica e di bei modi, mai salace, mai allusiva, una società in cui la gente è sempre dignitosamente vestita, e si incontra per discutere il nuovo cartellone del San Carlo o le piccole manie di un amico, una società nella quale non esistono né straccioni né mendicanti. Le sue tavole sono ancora oggi in grado di parlarci e di emozionarci.

Lo ricordiamo, con affetto e ammirazione, come “Il Caricaturista di Verdi” e “Il principe della caricatura Napoletana”.

Maria Paola Fabiocchi

Desidero qui ricordare, e ringraziare di cuore, alcuni signori teramani che, molti anni fa, mi sostennero nelle mie ricerche su questo personaggio e sulla Teramo fra Settecento e Ottocento, con la loro generosa passione per la materia e con la straordinaria signorilità dei modi: gli appassionati cultori e collezionisti di stampe antiche, Pietro Marcattili e Siriano Cordoni, gli squisiti Signori Di Pietro-Santoro, l’indimenticabile Carlo Simeoni, il gentilissimo Luigi Ponziani, i miei indimenticabili docenti universitari, in primis il Prof. Marabotti-Marabottini dell’Istituto di Arte medioevale e moderna della Facoltà di Lettere dell’Ateneo di Perugia e tutti coloro che, in modi diversi, ma sempre con infinita gentilezza, mi sostennero e mi aiutarono nei Musei di Stampe e nelle Gallerie di Napoli, Milano e Firenze e nella Biblioteca Delfico di Teramo.